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Martedì 23 febbraio scorso, il Rettore della Pontificia Università Lateranense, mons. Rino Fisichella, è venuto a Fermo per conferire l’Emeritato a sette docenti dell’Istituto Teologico. Anticipiamo qualche riga della prolusione, che sarà pubblicata nella versione integrale su Firmana.
«Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: Tu morirai! e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu ammonisci il malvagio ed egli non si allontana dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per il suo peccato, ma tu sarai salvato» (Ez 3, 17-19). Il teologo dovrebbe ben sapere, soprattutto in questo particolare momento storico, cosa significano per il suo lavoro le parole riportate dal profeta Ezechiele. La tentazione di voler essere accolti nel contesto odierno di generale tolleranza, che tende a rendere tutto opinione, potrebbe far cadere anche lui nel grave rischio di un offuscamento della verità centrale che egli è chiamato a servire. Ne deriverebbe una teologia debole perché non più accompagnata dalla forza di una ragione retta che si fa forte della verità rivelata, e una teologia sterile perché incapace di raggiungere il vero senso del mistero dell'uomo, in quanto incapace di portare alla luce il mistero di Dio. Non è compito della teologia convertire il cuore. Chi cambia e trasforma gli uomini è la grazia di Dio. Ad essa, però, bisogna dare supporto perché, inserendosi nella vita umana, ha bisogno di mediazioni tali che ne permettano la comprensione e la comunicazione. La teologia si inserisce in questo plurimo e diversificato cammino della fede e contribuisce, da parte sua, a dare intelligenza dell’atto che si compie perché possa essere libero e personale; essa, inoltre, trova le forme adatte per far comprendere la necessità della conversione e mostra, infine, le vie coerenti per poterla raggiungere. La teologia, dunque, è chiamata in questo particolare momento a svolgere in pieno la sua diaconia di intelligenza a servizio della verità, perché i credenti siano accompagnati da una ragione forte nella loro scelta di fede e sappiano esprimere, con «mansuetudine e bontà» (1 Pt 3, 16), la ricchezza della speranza cristiana in un linguaggio carico di senso, ben consapevoli della necessità di rendere la propria scelta di fede un atto libero e consapevole. Diventa particolarmente urgente, anzitutto, rispondere alla domanda circa il valore e il ruolo della teologia all’interno della vita di fede e della Chiesa in particolare. Nessuno, a dire il vero, metterà esplicitamente in dubbio il suo valore e la sua necessità per la fede; l’obiezione, però, trova spesso canali di contestazione molto più sofisticati. Questi comportano, di volta in volta, l’esclusione della teologia nella sfera della pastorale, la sua marginalizzazione dai luoghi di progettazione e, in molti casi, la sua riduzione a un momento obbligatorio di preparazione al sacerdozio che sembra essere più sopportato che vissuto con entusiasmo, da chi dovrebbe trovare le ragioni per entrare all'interno del mistero e renderne partecipe, un giorno, i destinatari della sua cura pastorale. Lo studio della teologia, infine, non può essere solamente un certificato per approdare a un insegnamento che assicura e dà certezza per la fine del mese. Porsi la domanda sul rapporto teologia e chiesa locale significa evidenziare, anzitutto, il ruolo positivo che la ragione gioca all'interno dell'intelligenza di fede e della pastorale. Essa ha pieno diritto di interrogare anche oggi, perché vive un contesto differente del passato e perché le ragioni che oggi si devono porre hanno bisogno di rispondere in maniera coerente agli interrogativi che sono peculiari del presente. Una ragione che avesse rinunciato a interrogare non avrebbe più senso, perché equivarrebbe a vivere dell'ovvietà e, come tale, non potrebbe servire alla fede. (testo integrale su Firmana)

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