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Uno sguardo sulla “settimana sociale” di Cagliari

Uno sguardo sulla “settimana sociale” di Cagliari, 26-28 ottobre 2017. Conversazione con Anna Rossi, incaricata della diocesi di Fermo per i problemi sociali e il lavoro

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Anna Rossi, come la diocesi di Fermo si sta preparando alla “settimana sociale” di Cagliari? Quali sono le attese maggiori che intravede?

 

Il percorso  della Diocesi  di Fermo in preparazione alla settimana sociale di Cagliari è iniziato in febbraio con la partecipazione al Seminario nazionale  dell’Ufficio della Pastorale del Sociale e del Lavoro a Firenze in cui, all’interno di un laboratorio, si è presentata l’idea di realizzare insieme a Caritas una mappatura dei bisogni dei territori colpiti dal terremoto. In Diocesi abbiamo ascoltato i sindaci e le parrocchie  dei comuni colpiti e stiamo realizzando la mappatura per renderla a tutta la comunità. Per rispondere all’esigenza espressa da alcuni sindaci di spronare i giovani ad investire le energie nei loro territori, insieme a Policoro, abbiamo realizzato un incontro di alcuni giovani con imprenditori del CdS Marche sud  e CdO Marche Sud  in Amandola, sul tema “Il lavoro solidale”. Inoltre con Policoro abbiamo cercato delle buone pratiche nel nostro territorio da inviare alle settimane sociali. Parteciperemo alla settimana di Cagliari, come Policoro, Pastorale del lavoro e Caritas.

 

 

L’Instrumentum laboris afferma al n. 11 che l’appuntamento di Cagliari non è pensato come un convegno, ma come un evento sinodale volto a iniziare processi, secondo l’ormai celebre affermazione di «Evangelii gaudium». Che significa concretamente questo approccio?

 

Nell’instrumentum laboris vengono elencati 4 registri su cui si basa la settimana sociale: Denuncia, Ascolto, Raccolta delle buone pratiche, Proposte. Questo faremo a Cagliari, ma sarà anche per noi un nuovo modo di operare nella nostra Diocesi. L’ascolto è già molto presente nel nostro modo di operare, come pure l’accompagnamento delle persone. Ci siamo appena avviati alla raccolta delle buone pratiche da cui far scaturire idee e proposte concrete per la creazione del lavoro. Porremo una attenzione maggiore ai percorsi di formazione al lavoro che già Policoro realizza nelle scuole e nei percorsi di orientamento allo sportello. Non meno importante per la nostra Diocesi sarà l’attività di denuncia dei cattivi lavori; per questa attività, come per altre ci aspettiamo da Cagliari, proposte al Parlamento per la formulazione di leggi che rendano più semplice e possibile l’implementazione di piccole imprese che parlino di partecipazione, creatività e solidarietà.

 

Lo stesso documento parla ad un certo punto della dignità del lavoro e afferma che non tutti i lavori sono degni dell’uomo e della donna. Quali emergenze vede nella diocesi di Fermo?

 

Se pensiamo che il lavoro deve promuovere la dignità della persona perché ogni persona è già di per sé degna, per l’esperienza che abbiamo accumulato in questi anni di Policoro ma anche per le esperienze di vita raccontate e vissute, anche nella nostra diocesi ci sono lavori non degni, anzi forse meglio dire “pratiche non degne”.  Mi riferisco alle offerte di lavori estremamente precari con contratti a termine molto brevi e spesso non rinnovati che vedono giovani pieni di speranza essere mandati via. L’uso che è stato fatto dei voucher, usati per coprire solo qualche ora di lavoro, mentre ne venivano imposte molte in nero. Penso alle proposte al ribasso, per il lavoro delle donne. Penso che nelle offerte di lavoro si chiede sempre l’abilità e l’esperienza a svolgere delle attività, ma mai nessuno disposto ad insegnare. Penso alle persone mediamente invalide che possono svolgere lavoro, che raramente riescono ad inserirsi in modo degno, a volte possono godere di qualche borsa lavoro, (180 euro al mese?) spesso niente. Rifletto che molti uomini nelle famiglie sono senza lavoro, e le famiglie vanno avanti con il “lavoro” delle donne. Queste ed altre pratiche annichiliscono l’uomo, certamente non lo promuovono. Non voglio parlare di statistiche, ma di volti che incontriamo nelle Caritas, nel nostro paese, negli sportelli dei servizi sociali, tra le nostre amicizie…  e sono tanti. 

 

Quasi al termine, il documento sottolinea sei criticità per la situazione italiana: disoccupazione, precariato, caporalato, lavoro femminile, il sistema educativo e il lavoro pericoloso. Nel fermano c’è un’emergenza che spicca sulle altre?

 

Come ho detto prima la disoccupazione, il precariato, il lavoro femminile, ma non sottovaluterei il sistema educativo: credo che le più grandi delusioni dei giovani che si approcciano al mondo del lavoro, da noi, sia quella che, se vogliono lavorare devono non prendere più in considerazione il percorso di studi fatti. Anche nelle migliori delle ipotesi, gli studi non rispondono alle esigenze del mondo lavorativo. E’ tanto tempo che si dice ma tutto rimane fermo. L’alternanza scuola lavoro, che doveva essere una soluzione al problema, spesso delude, i giovani vengono sfruttati, o i percorsi non sono idonei. D’altro canto c’è una giungla di proposte formative, la maggior parte a pagamento, che spesso disorienta i giovani o chi deve reinserirsi. Forse non ci si pensa abbastanza ma questo è uno dei motivi per cui c’è dispersione scolastica nelle superiori, non si crede nel valore dell’istruzione.

 

La disoccupazione in genere, giovanile e femminile in modo particolare, sembra essere un problema a cui siamo assuefatti. Il fenomeno dei “neet”, di chi cioè non studia e non lavora, sembra essere una spia di una certa rassegnazione. È così? Ed eventualmente come si contrasta questo atteggiamento?

 

È una questione complessa. Certo quelli che ho elencato sopra sono motivi validi per i giovani di perdere la speranza: in tanti abbiamo sperimentato come un figlio, il figlio di amici o di conoscenti, dopo aver tanto cercato e ricevuto delusioni si chiude e spesso si rifugia nelle poche sicurezze che può avere (il mantenimento, il cibo, qualche amico, la realtà virtuale). Per cui penso che lavorare tutti per rimuovere alcune di queste cause, accompagnarli nell’ascolto e nella ricerca, sostenerli  ridare la speranza sia molto importante. (Policoro ad ogni incontro individuale rileva questo dato). Ma qui non sottovaluterei per niente il problema educativo, perché di fronte a diversi che hanno subito un mondo di lavoro ingiusto, ce ne sono tanti, e nelle nuove generazioni ancora di più, che non si pongono affatto il problema: vivono di notte e non di giorno. E’ una problematica educativa che deve essere presa in considerazione già dai primi anni di vita. Cosa fare? Credo che anche noi come Chiesa ci dobbiamo porre questo interrogativo, non è più tempo di separazioni tra le varie pastorali, stiamo perdendo una generazione. Credo che dobbiamo anche interrogarci come per il futuro prevenire questo fenomeno: forse accompagnando i genitori nell’esercizio educativo? Forse rivedendo anche i percorsi educativi dell’associazionismo e parrocchiali? Creando delle reti con le istituzioni e la scuola? Per quanto ci riguarda porremo (come già espresso in un consiglio pastorale diocesano) questa tematica al nuovo Vescovo e al coordinamento delle pastorali. Anche  per questo problema speriamo di trovare insieme “buone pratiche”. Anzitutto però affidiamo al Signore le nostre ansie, i nostri progetti, le nostre preoccupazioni certi che ci indicherà percorsi futuri.

 

 

 

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