ISTITUTO TEOLOGICO MARCHIGIANO
Sezione di Fermo
Scuola Diocesana di Formazione Teologica

Notiziario

NUOVO NUMERO DI FIRMANA
Foto sommario

E' USCITO IL NUMERO 70 DI FIRMANA. UN NUMERO PARTICOLARMENTE DEDICATO AD ILLUMINARE IL DIALOGO DELLA RIFLESSIONE TEOLOGICA CON IL DIFFICILE MOMENTO DELL'EMERGENZA SANITARIA

 

 

Editoriale

 

Il tempo attuale è un tempo di profonda riflessione, che costringe a fissare lo sguardo su tematiche che sono sempre attuali, come il tema del fine-vita e la cura della sofferenza che l’accompagna. I percorsi di ricerca teologica non rimangono estranei alle domande che l’attualità riporta a galla, soprattutto dopo che in questi ultimi mesi l’umanità ha riscoperto il peso comune della fragilità e della precarietà rispetto a malattie sconosciute e per il momento difficilmente curabili. La recente pandemia del COVID 19 che ha interessato il mondo intero e che ancora si mostra nella sua minacciosa concretezza, ha scoperto in credenti e non credenti la fatica di accompagnare il cammino di malattia e di fine vita di tanti fratelli e sorelle segnati da questo morbo che non raramente porta esiti letali. Questa fatica è culminata in impossibilità di assistere in ospedale i malati di Covid 19 (eccetto per il personale medico ed infermieristico) per evitare il contagio e la diffusione del virus. Tale inammissibilità dei familiari di visitare i propri malati per assicurare loro l’umana vicinanza e la mancata assistenza spirituale da parte dei cappellani, impediti per le stringenti regole di sicurezza a frequentare i reparti, è stata in questa tragedia un’ulteriore, inaccettabile realtà, che ha complicato non poco la gestione dei malati stessi. La morte che stronca la vita di un proprio familiare dopo una grave malattia che colpisce velocemente ed inesorabilmente, è difficile da accettare. Affrontare tutto questo, come è successo in questi mesi recenti, senza la possibilità neanche di poter stare vicino al paziente, abbandonandolo impotenti alla sua sorte, appare umanamente crudele e di difficile lettura spirituale. In molti casi, infatti, l’assenza di accompagnamento spirituale ed umano alla morte e addirittura la privazione dei funerali pubblici (anche ai familiari) ha costituito un inedito nel mondo reale e nella riflessione teologica: tali punti critici hanno suscitato piste di riflessione che questo numero di Firmana ha cercato di far emergere. Tra i tanti percorsi di approfondimento si è scelto di  rileggere in chiave teologico-pastorale la missione del cappellano e della pastorale ospedaliera che sempre più è chiamata a confrontarsi con una realtà in continua evoluzione e alle prese con un mondo le cui risposte non sono assolutamente facili da dare, quando l’appello alla coscienza e alla morale cattolica non arrivano alle differenti e sempre più frequenti situazioni di sofferenza prolungata e morte preannunciata. Si pone il problema di quali atteggiamenti morali assumere di fronte a chi soffre vedendo nella morte l’unica speranza e se la Chiesa dovrebbe frenare o accelerare sulla ricerca di cure palliative, atte ad alleviare il dolore cronico, dopo secoli di teologia dolorista, che ha esaltato il dolore e la sofferenza come via di santità e di perfetta imitazione di Cristo crocefisso. Tali passati atteggiamenti, ancora non del tutto superati in certe omelie o catechesi odierne, frutto di una valutazione teologica che non nasconde gravi storture e lacune, pone la nostra riflessione sulla rifondazione teologica del dolore e del fine vita, in dialogo con il mondo e con la realtà dei malati e della malattia. Ripartendo da Gesù che incontra i malati e li cura, con uno stile di attenzione e vicinanza, sempre in ascolto del dolore dei sofferenti e delle lacrime dei morenti, la teologia, abbandonando rigide formulazioni dogmatiche e morali, cerca di rendere la fede sempre più avvicinabile ed umana, raccogliendo il grido di spiritualità che ogni uomo invia a Dio suo Padre. Di fronte alla morte, all’approssimarsi del fine-vita, l’uomo si riscopre nudo con sé stesso e con il proprio vissuto e scopre che “non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” e quindi, come essere spirituale, che ha bisogno di nutrimento spirituale. Le nuove forme di partecipazione sacramentale, sperimentate dalla Chiesa nella pandemia, ha aperto vie originali di accesso all’incontro con Dio: il digiuno eucaristico, sperimentato in maniera più grave dai nostri malati che ancora più difficilmente avevano facilità di accesso alla Comunione col Corpo di Cristo, ci ha però svegliato sull’assoluta necessità di una prossimità della Chiesa al mondo della sofferenza e dell’umanità in generale. Di fronte all’atteggiamento a buon mercato di una società che confonde l’ottimismo umano (“Andrà tutto bene”) con la speranza cristiana, che spinge invece a cercare la volontà di Dio nel dono di sé e nel percorrere vie inedite dettate dallo Spirito Santo, la teologia ancora una volta può liberare energie nuove ed indicare le strade per avvicinare “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” (GS 1). Certamente fin dall’antichità si è sempre valorizzato il momento della morte e della sepoltura come anelito di eternità e di speranza nella resurrezione e la Chiesa non ha mai trascurato l’accompagnamento dei morenti: gli anziani ricordano forse con nostalgia il tempo in cui il parroco visitava con tutte le solennità previste dalla liturgia il morente “amministrando” il sacro viatico e l’estrema unzione. Non raramente i più virtuosi tra i sacerdoti si trattenevano a casa del morente per la preghiera di accompagnamento dell’agonia fino all’ultimo respiro. Ora che i tempi nuovi ci spingono ad una nuova vicinanza siamo invitati come studiosi di teologia a dirigere le nostre riflessioni teologiche per suscitare una più appassionata pastorale del fine-vita. Papa Francesco nel drammatico e suggestivo scenario della preghiera straordinaria in tempo di pandemia pronunciata lo scorso 27 marzo 2020, nell’incredibile desolazione di piazza San Pietro, chiedeva alla Chiesa e a tutti gli uomini di buona volontà di “abbracciare la sua croce” che significa secondo il Pontefice non abbandonarsi ad un dolore passivamente ma “ trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza”. Nella linea di continuità e di fedeltà al magistero pontificio la ricerca teologica può in questo campo sperimentare tutta la libertà di ricerca a favore del bene dell’uomo perché si realizzi il detto paolino “l’ultimo nemico ad essere sconfitto sarà la morte” (1 Cor.15,26)

 

Prof. Tarcisio Chiurchiù

Direttore  

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